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Mangiare alcalino: non “quanto” ma “cosa”

La «cura alcalina» non è una dieta, ma un approccio olistico alla salute che punta a insegnare uno stile di vita salutare
Esattamente il contrario di quello che facciamo oggi: dal croissant del mattino all’hamburger per pranzo, dall’happy hour delle 18 alla cena a base di pasta, non c’è un alimento che stia al posto giusto. Bisogna fare tabula rasa. Nel libro La cura alcalina(Guido Tommasi editore, 22,50 euro), il direttore sanitario della clinica Mayr, Stephan Domenig, spiega come: «Basta capire che i cibi si dividono in due categorie, acidi e alcalini. Quelli acidi — carne, pesce, alcol, zucchero, caffè, bevande gassate, formaggi stagionati, pane — affaticano l’organismo perché per digerirli il corpo deve produrre acidi. Quelli alcalini — verdure, frutta (matura), radici, cereali, olio d’oliva, olio di semi, olio di noci — sono invece facilmente digeribili. Per stare bene basta mantenere un rapporto di uno a due tra le due categorie di alimenti».
Secondo il libro bastano 14 giorni di cura alcalina per rimettere in pista l’apparato digerente: la prima settimana dev’essere dedicata al detox, la seconda all’esplorazione di più piatti, sempre «alkaline-friendly». E poi? «Basta proseguire con uno stile di vita sano: bilanciare gli alimenti, fare un po’ di attività fisica, masticare molto lentamente, mangiare presto e poco la sera. I consigli della nonna, insomma — si schernisce il dottor Domenig —. La cosa importante è comprare cibi buoni, che portino al corpo tanti elementi nutritivi».
È il mantra delle nuove diete: basta conteggio delle calorie. Quelle non vengononemmeno più menzionate. Il focus è sugli alimenti. L’obiettivo è imparare a sceglierli e a cucinarli in modo sano. Poi la perdita di peso verrà da sé. Lo spiega bene anche Alla scoperta del cibo (Sperling&Kupfer, 16 euro), scritto dall’economista Fabrizio Diolaiuti: un dialogo con gli alimenti che, in una sorta di intervista immaginaria, si presentano ai lettori raccontando da dove vengono, come sono stati fatti, quanto «valgono» per il corpo. Il risultato di questa attenzione per i prodotti e non per le calorie è che alcuni cibi un tempo banditi sono stati riabilitati. Come l’avocado, per anni definito «frutto grasso» e oggi caldeggiato perché contiene grassi «buoni» (monoinsaturi, abbassano il colesterolo) e fornisce una ventina di nutrienti essenziali, dalle fibre al potassio. O la frutta secca, un tempo snobbata e ora nell’Olimpo dei cibi sani: una manciata di mandorle al giorno ha un effetto calmante e fa bene alla pelle. Anche il cocco è stato riposizionato: nonostante i grassi saturi, contiene fosforo, magnesio e potassio. E i suoi derivati — acqua, latte e olio — sono osannati per l’apporto di energia e le proprietà antiossidanti e idratanti. Stessa riabilitazione per i fichi — zuccherini sì, ma ricchi di vitamine che migliorano le funzioni cerebrali — e per le patate, piene di carboidrati ma in grado di assorbire gli acidi nello stomaco.

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fonte
cucina.corriere.it

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